Se non oggi presto
Testo di Fioly Bocca illustrazione realizzata per la rivista letterarie Carie
Andando a casa sua, pensavo a come dirglielo. 
Ho immaginato di corrergli incontro e abbracciarlo, di mettermi a urlare dal cortile per farlo uscire in balcone. Avrei potuto raggiungerlo e prendergli le mani e appoggiarci una guancia, sul palmo aperto. Restare così. 
Camminando sotto un cielo bianco e silenzioso, pensavo che forse non ci sarebbe stato bisogno di parlare.
E se non ne fosse felice? Ho guardato in alto: la neve viene o non viene? 
Sarà felice. Per forza. Certo che lo sarà.
Potrei dirglielo con una canzone, magari, mettergli il telefonino vicino all’orecchio, 
o sussurrargli qualcosa, una cosa piccola che possa capire. 

Spalanco la porta dello studio, dopo aver armeggiato con le chiavi sul pianerottolo. 
Lui trasalisce e d’impulso abbassa lo schermo del portatile. Devo averlo spaventato.
- Che ci fai qui a quest’ora? - chiede.
- Sono incinta - dico, in piedi accanto all’ingresso, e le mani in tasca.
Nella stanza c’è odore di caffè, una tazzina sporca sulla scrivania vicino ai fogli.
 - Ho capito. Vuoi farmi pagare lo scherzo del pigiama - ride, poi si accorge che sulla mia faccia non si muove un muscolo. Si alza, mi viene vicino. 
- Non stai scherzando.
Faccio segno di no, forzando un sorriso.
Si passa una mano sulla fronte, come se improvvisamente avesse preso a sudare. 
- Non sei contento.
Va verso la finestra, appoggia una mano sul vetro. 
- Sei sicura?
Io stringo le dita dentro la tasca intorno allo stick con i due segni rosa. Netti, come i tratti 
di pennarello di un bambino. Inequivocabili.
- Sicura.
- Ma non ne abbiamo mai parlato.
- Già. Ma questo genere di cose succede anche se non ne parli.
- Siamo stati attenti.
- Non abbastanza, no.
- Stiamo insieme solo da un anno.
- Ho 42 anni - sento che qualche cosa dentro sta cominciando a franare. 
Un sasso piccolo, apparentemente innocuo.
- E adesso?
- Adesso cosa - stringo la mano più forte, fino a sbiancare i polpastrelli.
- Cosa vuoi fare?
Mi appoggio allo stipite. Avrei preferito uno schiaffo. Cosa vuoi fare. Si domanda cosa vuoi fare quando si parla di un viaggio, di una giornata da passare in spiaggia o all'ombra nella pineta, di una cena al ristorante o in pizzeria. Non di un figlio. 
- Che nasca. Voglio che nasca.
- Come fai a essere sicura?
Il pomeriggio è sempre più scuro e la lampada sulla scrivania manda un bagliore fioco nella penombra. Dalla strada viene il rumore di un clacson.
- Così. Lo so. - alzo le spalle.
- E a me non chiedi. Cosa voglio. Cosa mi aspettavo.
- Il punto è che quello che vuoi non cambia quello che voglio io. Almeno, non credo.
Viene verso di me, avrei bisogno che mi abbracciasse. Si infila di taglio attraverso il vano della porta, senza sfiorarmi. Poi torna, con un giaccone in mano. 
- Vado a fare due passi.
Cerco la voce e non la trovo. Vorrei chiedergli Torni? Prendo fiato. 
- Tra poco nevica. Prendi l’ombrello.
Mi bacia sulla fronte. Un tocco veloce, asciutto. 
Attraversa il corridoio, torna indietro. 
- Mi piacerebbe, sul serio.
- Che cosa? - guardo in alto, di lato, per fermare il pianto.
- Essere meglio di così. - abbassa la fronte, si tocca la nuca - non avere tutta questa paura.
Vorrei dirgli che ne ho anche io, che non averne è da scemi. Ma che una paura da sola
è molto più grande di due.
- Hai già deciso? - chiedo.
- Faccio due passi.

Lo sento allontanarsi sulle scale, attraverso la stanza e mi avvicino alla finestra. 

Ho ancora il cappotto addosso, la mano in tasca. Sudata. 
Sarà felice. Per forza. Se non oggi, presto. Mi tocco la pancia. Saremo felici, prometto.
Fuori cominciano a scendere i primi fiocchi, dondolando come ali bianche. 

Nel silenzio, sento il tintinnio delle chiavi, e passi in corridoio. Mi sento come quando 
ti convinci ti abbiano rubato una cosa molto importante e poi infili la mano in borsa 
e ti sembra di toccarla, quel momento preciso lì. Trattengo il fiato.
Lui è in piedi davanti alla porta.
- Nevica - dice - ho dimenticato l'ombrello.


Agente patogeno Fioly Bocca
È nata 42 anni fa a Torino, ha studiato Lettere e ha due bambini. Voleva fare la rock star, ma se canta crepo i vetri antiproiettile, così ha cambiato ambito e si occupa 
di comunicazione online in un consorzio di sistemi informativi. Lavora nella tentacolare Torino, ma la sera torna in Monferrato e si trasforma in Laura Ingalls ne La casa nella prateria, tra cavalli, pecore, cani, gatti e galletti. Trascorre il (molto) tempo in treno leggendo, leggendo e scrivendo. Ha pubblicato Ovunque tu sarai (Giunti, 201x) 
e L’emozione in ogni passo (Giunti, 201x).


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